Le sconfitte possono esser lette in tanti modi.
Le battaglie posson esser vinte, si possono perdere le guerre ma non per questo dichiararsi sconfitti.
In Italia, ad esempio, le elezioni degli ultimi 15 anni, seppure magari finite con risultati inequivocabili, non hanno portato a grandi sconvolgimenti.
Vince Berlusconi, Prodi si mette da parte ma non si ritira, vince la sinistra, Silvio riparte al contrattacco e si va avanti così. Nessuno si dimette, qualcuno si defila ma ritorna in auge alla prima occasione.
Negli Stati Uniti, Al Gore, che ha perso le presidenziali per un pugno di voti e la decisione di una corte federale ha lasciato la politica e si è dedicato ai meeting sull'ecologia, fino a diventare premio nobel, Major, dopo esser stato sconfitto da Blair, si è fatto un altro mandato da deputato e poi ha abbandonato la politica attiva.
Da noi no, tanto che, dice Andrea Romano, ci sono dirigenti del PD che non voteranno il PD sperando in una sconfitta disastrosa, in modo che si possa ripartire con un nuovo soggetto politico. Una sconfitta nelle aspettative farebbe sì che nulla cambi, come del resto è successo un anno fa con le elezioni del parlamento italiano.
Nel calcio, nella mia squadra, succede la stessa cosa.
La vittoria di ieri rischia di nascondere delle enormi magagne (una dirigenza che forse sa amministrare i bilanci ma non sa gestire il team e le campagne acquisti) ma non cambia la sostanza: citando Bartali "L'è tuttosbagliato, l'è tutto da rifare"
Se non cambia qualcosa nella gestione della squadra, tra qualche mese ci si ritroverà punto e a capo.
Ora, io, povero tifoso, mi sento chiuso in questa morsa: falice perchè la sua squadra vince, preoccupato perchè, vincendo queste due partite, la sua squadra rischia di rimanere sempre una formazione da metà classifica per l'incapacità di chi la guida.
Spero nella sanità mentale del CdA della Juve, ma ci credo poco.