Si ricomincia con i pentiti ad orologeria.
Come negli anni '90, in piena tangentopoli.
In tutta Italia i magistrati erano diventati delle star, vi era una fiducia incondizionata nel potere giudiziario a seguito di Tangentopoli e degli efferati omicidi di Falcone e Borsellino.
Al nord i politici venivano arrestati per tangenti, interi partiti venivano smembrati.
Al Sud, i politici vengono inquisiti per concorso esterno in associazione mafiosa.
Partono i grandi processi contro personaggi di spicco, su tutti, Giulio Andreotti. Bastano due pentiti che hanno sentito dire qualcosa su qualcuno per istruire un processo. Si cercano le prove: vassoi d'argento regalati dai politici ai figli dei boss, foto in cui il potente di turno è con altre trecento persone tra cui anche un plenipotenziario della mafia.
L'utilizzo dei pentiti diventa "lo" strumento. Girano per le procure d'Italia fax di questo tenore: "sono il PM XX della procura XY, voglio indagare sull'on. M, avete un pentito che ha qualche cosa da dire su questo soggetto?".
Nascono i pentiti che parlano "ad orologeria" ossia che si ricordano le cose solo poco alla volta, quando si richiede loro qualcosa sul caso specifico.
"L'inversione dell'onere della prova" diventa la regola: io ti accuso, sta a te dimostrare che non c'entri nulla.
I processi hanno grande spazio sui media e, nel novanta percento dei casi, finiscono con un buco nell'acqua, con grande dispendio dirisorse.
Ora, si rischia di ricominciare da lì. Si aspettano le dichiarazioni dei nuovi (non sempre nuovi) pentiti sui politici, che dovrebbero esser rilasciate a giorni e delle quali già si iniziano a sentire le prime avvisaglie,ad esempio, l'incontro che sarebbe avvenuto tra il presidente del Senato Schifani ed un boss siciliano raccontato da Spatuzza.
Anche il riformista pone un po' di dubbi su questi pentiti con una serie di articoli pubblicati in questi giorni.
Stiamo a vedere.