Non mi è mai piaciuta la frase di Padre Pintacuda "il sospetto è l'anticamera della verità", pronunciata dal padre gesuita agli inizi degli anni '90, quando i professionisti dell'antimafia (cit. Sciascia) imperversavano su giornali e televisione.
Non sono nemmeno tanto d'accordo che "un indizio è un indizio, due indizi sono due indizi, tre indizi sono una prova", ma un qualche dubbio resta.
Allora: un ex consigliere d'amministrazione dell'Inter diventa commissario straordinario della FIGC, nomina l'ufficio indagini, cui a capo mette un famoso magistrato, Francesco Saverio Borrelli e come vice un tenente colonnello della guardia di finanza, Federico Maurizio D'Andrea.
Dopo il processo Calciopoli, si dimettono tutti e tre, non prima che Luciano Moggi "assegni lo scudetto all'Inter " (parafrasando Guido Rossi, che è quello che firma il provvedimento).
Guido Rossi, di lì a breve diventerà presidente Telecom, il cui maggior azionista è un tifoso sfegatato (e consigliere d'amministrazione) dell'Inter, la società di calcio per la quale una struttura di Telecom faceva indagini private su arbitri e calciatori. Poco dopo nomina lo stesso D'andrea ai vertici Telecom, con il ruolo di "Audit and compliance services", l'ufficio inchiesta della società telefonica al posto di Tavaroli.
E poi si meravigliano che le intercettazioni riguardanti l'F.C. Internazionale Milano S.p.A.. non siano state vagliate dagli investigatori.